Crescere come logopedista: dal metodo alla mente
È domenica pomeriggio. Mi trovo in una stanza nuova: colori diversi, profumi diversi, persino la vista dalla finestra è nuova.
L’unica cosa che non cambia è la mia tazza preferita — quella che mi accompagna nella scrittura degli articoli per il Blog. E ora sono pronta a parlare del mio ricalcolo di percorso formativo per crescere come logopedista.
Caro Diario, vorrei crescere come logopedista
Oggi voglio scrivere questo articolo che cade perfettamente nella categoria “Diario Miofunzionale”. Infatti, oggi voglio raccontarvi una parte del mio percorso.
Un pezzetto di quella crescita continua che, forse come molti di voi, mi spinge a fare domande nuove ogni volta che credo di aver trovato le risposte giuste.
Nuove domande, nuovi percorsi
Dopo il mio tirocinio in Brasile con LogosAcademy (luglio 2024), ho iniziato a mettere in discussione alcuni aspetti del mio modo di studiare e lavorare. Ho sempre sentito il desiderio di capire più a fondo come si apprende un movimento, e sapevo che limitarmi alla sola pratica clinica non mi avrebbe dato tutte le risposte. Così ho iniziato a confrontarmi con altre figure professionali — in particolare i fisioterapisti — perché sull’apprendimento motorio e sull’integrazione neurosensoriale, a volte, hanno una prospettiva più ampia della nostra.
Eppure la logopedia è già una disciplina ricca e complessa.
Forse, però, proprio per questo rischia di diventare frammentata:
o segui un metodo, o ne segui un altro.
O sei “di una scuola”, o “dell’altra”, su tutto.
Il “metodo migliore” in Logopedia
Penso alle domande che spesso mi fate:
Che metodo usi? Quale corso è il migliore? Quale libro comprare?
È vero: i corsi e i libri servono, eccome! (lo sapete che starei ore immersa tra le pagine di un libro che tratta temi di motricità orofacciale). Anch’io ho studiato tanto, fatto mille domande, cercando i “metodi migliori”.
Ma, con il tempo, ho capito che non sono i metodi in sé a fare la differenza, ma la capacità di comprenderli, praticarli e poi integrarli.
Sicuramente per le veterane questa riflessione sarà una banalità. Tuttavia, per i neo-colleghi logopedisti che seguo in supervisione non è affatto così. Spesso la domanda che mi arriva è:
“Ho seguito tutto alla lettera ma non riesco a proseguire con i risultati, perché?”
Nella mia esperienza, ciò che ha portato i migliori risultati nella Clinica, non è stata l’applicazione perfetta di una tecnica, ma la capacità di combinarne diverse, lasciandomi guidare dal ragionamento clinico. È vero: ci vuole esperienza (sono 7 anni che lavoro esclusivamente nella clinica delle funzioni orali). Ma all’inizio ciò che mi ha aiutata è stata la curiosità.
Negli ultimi mesi, però, mi sono accorta che qualcosa continuava a mancare.
Sempre più bambini arrivano con soglie attentive basse, difficoltà a integrare informazioni, a consolidare e generalizzare ciò che apprendono.
Il mio bagaglio “miofunzionale” cominciava a non bastarmi più: mi servivano nuove chiavi di lettura.
Dalla muscolatura al cervello
Mi sono resa conto che, per quanto lavorassimo su muscoli, postura, sensorialità… mancava un pezzo: la mente.
Cosa succede quando un bambino “impara” un movimento ma poi sembra dimenticarlo?
Come funziona davvero l’apprendimento motorio a livello cognitivo?
Il Metodo MIR della Dott.ssa Ricci mi ha dato nuovi spunti e, soprattutto, una spinta: approfondire. Non ho ancora affrontato il terzo modulo: spero di farlo nei prossimi mesi!
Tuttavia, mi sono immersa nella letteratura delle neuroscienze applicate all’apprendimento motorio, sia in età evolutiva sia in età adulta.
Ho seguito lezioni aperte del Master in Psicologia Cognitiva a Padova, ho studiato con un Professore e ricercatore esperto in disturbi attentivi. Mi sono confrontata con la Dott.ssa Ferreira per applicare lo studio delle abilità attentive alle funzioni deglutitorie e masticatorie.Quando il carico è diventato troppo impegnativo per la Prof., ho continuato da sola.
Come sempre, però… da soli si arriva solo fino ad un certo livello.
Perché vi racconto tutto questo
Perché credo profondamente che la crescita professionale non nasca solo dallo studio, ma dalla capacità di mettersi in discussione. Perchè la crescita e la condivisione del percorso sono due valori molto forti per me.
A volte i percorsi più faticosi e apparentemente “fuori strada” sono quelli che, alla fine, ci portano le risposte più preziose. A volte i “cambi di rotta” ci danno gli strumenti per imparare a decifrare le sfumature di grigio, e non solo il bianco e il nero.
Un esempio?
Ad un anno dal mio Erasmus in Spagna con il Prof. Borragan, ho deciso di non trattare più le disfonie.
Sì, dopo mesi di studio intensivo sulla voce, nella Disnelyland della Voce!
Ma è proprio lì che ho scoperto la mia passione per la respirazione, l’importanza delle mucose e dell’igiene nasale nella motricità orofacciale (e quindi il trattamento dei respiratori orali).
Solo osservando le strutture durante una FEES ho capito davvero quanto tutto sia connesso.
È grazie, anche, ai quei 4 mesi intensivi di anatomia, fisiologia e tecniche logopediche (incluse le terapia manuali di manipolazione della muscolatura sovraioidea e della lingua) che mi sono sentita più sicura nel trattamento dei disturbi delle funzioni orali.
In evoluzione: crescere come logopedista
Non tratto più le disfonie, ma quelle conoscenze sono diventate fondamentali per trattare i respiratori orali.
Allo stesso modo, oggi sto esplorando come le scienze cognitive possano completare — e potenziare — ciò che già sappiamo sulle funzioni orali. Forse è proprio questo il bello del nostro lavoro: non arrivare mai davvero, ma continuare a respirare curiosità e crescere.
Voi che ne pensate?
Avete mai vissuto un cambio di rotta professionale che vi ha aperto un mondo nuovo?
Mi piacerebbe leggervi.
P.S. Ricordate l’ebook “RespirAzione!” ?
Finalmente è online: lo trovi qui e puoi scaricare il capitolo gratuito!
A presto!







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