Calibrare il carico terapuetico in Logopedia: perchè il bicchiere di energie conta!
Si dice spesso che le risorse principali non siano solo il denaro e il tempo, ma anche le energie. E così come è fondamentale imparare a organizzare e calibrare tempo e denaro, credo sia altrettanto essenziale imparare a calibrare bene le energie — anche in Logopedia. In questo articolo voglio parlarvi del perché calibrare il carico terapeutico in Logopedia è un atto clinico strategico e di Cura, verso i nostri pazienti (e verso di noi)
Quando la seduta ti svuota il bicchiere: riconoscere il sovraccarico terapeutico
Avete presente quella sensazione, a fine seduta, in cui tu, Logopedista, ti ritrovi a fissare il muro bianco dello studio, con la maglietta appiccicata di sudore come dopo una mezza maratona, stremata e piena di dubbi sulla tua capacità di arrivare a fine giornata?
Oppure quando tu tutto sommato stai bene… ma il paziente ti guarda con lo sguardo vitreo di chi è appena uscito da un corso accelerato di sopravvivenza?
Ecco. Lì c’è un segnale.
Non per forza negativo, ma sufficiente per chiedersi:
“È necessario?”
“È davvero utile?”
Se non sai rispondere con certezza, allora questo articolo fa per te.
Le energie, come la pazienza, entrano dentro ad un bicchiere
In supervisione clinica sento spesso dire:
“Ho fatto tutto quello che ho letto e imparato, esercizi perfetti, feedback impeccabili, ma non raggiungo gli obiettivi.
In seduta faccio tanto, tantissimo, il bambino fa tutto: ha una pazienza infinita!
Eppure usciamo entrambi stremati.”
Prima di pensare al lavoro a casa e a cosa aggiungere, forse dovremmo chiederci:
Cosa possiamo togliere?
E soprattutto: che cosa abbiamo realmente chiesto al paziente?
Probabilmente, siamo entrati in sovraccarico teraputico durante le sedute, e abbiamo svuotato il bicchiere — il nostro e il suo.
Il punto cruciale è questo: Le energie, come la pazienza, entrano dentro ad un bicchiere: quindi non sono infinite! E ve lo dico per esperienza.
Breve storia personale di sovraccarico in logopedia
Negli ultimi mesi, mi sono resa conto che sono molto paziente nel contesto lavorativo (soprattutto con colleghi e pazienti), ma sono davvero poco paziente nel contesto della vita personale.Consumo talmente tanto la mia pazienza nel contesto lavorativo, che quando arrivo a casa: non ne avevo più!
E purtroppo, in passato lo è stato anche per le energie. Davo talmente tante energie, fisiche e mentali, al lavoro chenon avevo la forza per vivermi o godermi serenamente il resto della Vita. Oggi, grazie alle mie routine, riesco a gestire meglio le mie energie nell’arco della giornata. Sulla pazienza ci sto ancora lavorando! Ma ho fiducia.
E se vale così tanto per noi clinici: perchè non dovrebbe valere lo stesso per i nostri pazienti in seduta?
Imparare a calibrare il carico terapeutico in Logopedia: una competenza sottovalutata
Lo ripeto: le energie — motorie, cognitive, emotive — stanno in un contenitore limitato.
- Nei bambini è più piccolo.
- Negli adulti è più grande, ma si riempie forse più lentamente.
Ogni richiesta in seduta toglie un sorso dal bicchiere.
Se chiediamo troppo, lo svuotiamo.
Se chiediamo bene, lo sorseggiamo con ritmo.
Se chiediamo con strategia, lasciamo al paziente il fondo necessario per vivere il resto della giornata, non solo quell’ora con noi.
E sì, secondo me anche questa è una competenza clinica. Non penso sia una banalità o una questione filosofica e astratta. Credo che sia molto di più!
Osservare, decidere, rispettare: il vero carico del clinico
- Capire quanta energia c’è nel bicchiere del paziente è parte dell’osservazione clinica;
- Decidere come usarla è parte della progettazione e della strategia riabilitativa;
- E rispettare il quantitativo di energie è parte dell’etica professionale.
Imparare a sorseggiare le energie del bicchiere che ci offrono i nostri pazienti è un elemento che ci distingue e ci differenzia tra:
- l’essere un esecutore che applica una mera lista di esercizi o un clinico in grado di personalizzare il trattamento;
- un clinico efficace e un professionista che fa crescere le proprie competenze e diventa anche efficiente.
Il setting aiuta, ma può ingannare (e farci sottostimare il carico terapeutico in Logopedia)
In seduta il contesto è facilitante:
- meno distrazioni,
- più feedback,
- più struttura.
E il rischio è che ci illuda. Un paziente che in studio fa cinque serie perfette non è automaticamente in grado di riprodurle a casa. Non per mancanza di volontà, ma perché la vita vera è un’altra storia: tv accesa, fratelli che fanno rumore, mamma che cucina, sedie non adatte, specchi traballanti.
La performance del setting non è la performance della vita reale.
La sostenibilità del carico riabilitativo è un principio chiave della logopedia miofunzionale. Possiamo aiutare molto con un buon counselling iniziale (per questo ho scritto un articolo dedicato ai caregiver).
Ma resta un punto cruciale: il carico richiesto in seduta e quello richiesto a casa devono essere sostenibili nel tempo.

Non tutti gli esercizi sono uguali: progettare la seduta in modo intelligente
A volte, presi dall’ansia di “fare tanto”, ci dimentichiamo le basi.
Se sei all’inizio della pratica clinica, fermati un attimo e guardati la seduta scritta nero su bianco:
- È equilibrata o sembra un incontro di box?
- Ci sono momenti di facilitazione o chiedi sempre di più?
- Quanto di ciò che proponi sarà davvero riproducibile a casa?
Ecco: forse queste sono tutte domande che aiutano perché ogni tanto confondiamo la quantità con la qualità.
Sedute intelligenti vs sedute piene, una riflessione personale
La quantità non è qualità. E qui entra in gioco anche un po’ di psicologia. Infatti, molti colleghi mi dicono:
“Ho fatto tantissimo, ma non va…”
Dobbiamo ricordarci che si tratta di un percorso riabilitativo che deve rientrare nella routine quotidiana , sempre più complessa, quotidiana dei nostri pazienti.
Non è una performance di qualità nostra, né del paziente né nostra.
Questo è una mia interpretazione, e non è detto sia vera. Ma se ti ritrovi nella mia riflessione: non ti preoccupare, Collega!
È umano. È clinico. È il nostro mestiere che ci chiede di portare risultati.
Ci siamo caduti in tanti, e possiamo continuare a ricaderci. L’importante è averne consapevolezza.
Ricordati:
L’obiettivo non è dimostrare (a te stess*) quanto sei brav* o quante cose sai fare.
L’obiettivo è far progredire il paziente, al suo ritmo.
Okay, usciamo dalla psicologia ( di cui non sono esperta e non me ne occupo!), per rientrare nella Logopedia.
I tuoi esercizi portano davvero valore al carico terapeutico in Logopedia?
I 20 esercizi che hai fatto oggi in seduta:
- Ti hanno portato all’obiettivo prefissato?
- Hanno portato il paziente a un livello successivo di competenze?
- Sono riproducibili a casa?
- Quanto è costata energeticamente la seduta?
- Il paziente è pronto ad affrontare il resto della giornata?
Se la risposta non è un sì convinto: hai agito con buona intenzione! Se invece sei in dubbio sulla risposta: bhè, forse questa potrebbe essere una tua area di miglioramento professionale.
La logopedia è solo una parte della vita del paziente (anche se a noi sembra il mondo intero)
Per noi è un Universo: formazione, casi clinici, studio continuo.
Ma per il paziente è un pezzo della sua vita.
Il nostro compito è:
- integrare, non invadere;
- accompagnare, non assorbire;
- trasformare, non sovraccaricare.
E bada bene: non sto parlando di costanza! Sapete quanto sia importante per me parlare di collaborazione e costanza negli esercizi, con i pazienti e le loro famiglie.
Sto parlando di favorire questo processo di disciplina.
Una seduta calibrata e sostenibile è sempre più efficace di una seduta “piena”.
E noi logopedisti? Anche il nostro bicchiere conta
Uscire sudati e stanchi E soddisfatti: va benissimo.
Ma se ogni seduta ci prosciuga come una maratona, la qualità del nostro intervento inevitabilmente cala.
Un clinico con il bicchiere pieno:
- osserva meglio,
- pensa meglio,
- sceglie meglio.
Il nostro è un lavoro energivoro: riconoscerlo è parte del mestiere.
Il vero atto di Cura: lasciare acqua nel bicchiere
A fine seduta, il paziente dovrebbe poter pensare:
“Posso farcela anche a casa.”
“È impegnativo ma fattibile.”
“Ho sentito il mio corpo rispondere, non crollare.”
E noi dovremmo poter dire:
- “So perché ho scelto ogni esercizio.”
- “Vedo la direzione, le priorità e posso supporre i tempi.”
- “La prossima seduta costruirò su ciò che penso sia riuscito a fare a casa.”
Questo è calibrare il carico terapeutico.
Questo è sorseggiare — e far sorseggiare — il bicchiere delle energie.
Questo è fare logopedia con visione, non come accumulo.
Se queste riflessioni ti risuonano…
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Ci tengo a sapere cosa ne pensi.
Alla prossima!







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