Espansione palatale e logopedia: forma e funzione
Oggi vi porto un tema che potrebbe sembrare scontato: espansione palatale e logopedia.
Ma proverò ad affrontarlo in modo non scontato.
La maledizione della conoscenza: espansione palatale e logopedia
Spesso, quando in un percorso riabilitativo smettiamo di osservare progressi, iniziamo a interrogarci sugli aspetti più specifici del trattamento:
la frequenza è corretta?
le ripetizioni sono sufficienti?
gli esercizi sono adeguati o andrebbero modificati?
A volte, però, fare un passo indietro permette di tornare al cuore del nostro lavoro: la relazione tra forma e funzione.
Sento già le obiezioni: “Ancora forma e funzione, lo sappiamo”.
Quando ortodonzia e logopedia miofunzionale si danno per scontate
Eppure è proprio qui che entra in gioco quella che in ambito cognitivo viene definita maledizione della conoscenza (curse of knowledge): il rischio di dare per scontato ciò che sappiamo, ma che nella pratica clinica continuiamo a sottovalutare.
A volte inciampiamo noi nel non riuscire a spiegarlo ai pazienti e alle famiglie.
Altre volte inciampiamo noi, nel corso della terapia logopedica.
Vi porto un esempio.
Una lingua e un palato (fin troppo) familiari
Durante una supervisione clinica, una collega mi stava illustrando un caso apparentemente ben gestito.
Eppure mancava la generalizzazione della postura linguale a riposo.
Guardando i dati anamnestici, la mia prima domanda è stata semplice:
“E il palato?”
La risposta è arrivata con un attimo di esitazione: il palato era stato valutato, ma l’ortodontista aveva programmato l’espansione dopo il percorso logopedico.
Ecco la maledizione della conoscenza all’opera.
Sappiamo tutti che la funzione modella la forma.
Ma sappiamo anche che modificare una funzione a livello di apprendimento motorio richiede tempo, fatica e un’elevata richiesta adattativa.
Una delle strategie per ridurre questo carico è eliminare o ridurre le restrizioni strutturali.
Con il frenulo linguale questo ragionamento è immediato.
Con altre strutture, meno.
Il palato: uno sgabello o una poltrona per la logopedia?
Quando entra un bambino con SMOF nelle nostre stanze di logopedia, il pensiero va subito alla lingua.
È comprensibile. Ma prima di “rimetterla al suo posto”, forse dovremmo porci una domanda più semplice: su cosa la stiamo facendo sedere?
Uno sgabello stretto e traballante o una poltrona stabile?
Questa domanda diventa cruciale quando l’obiettivo è la generalizzazione.
Negli ultimi anni, il confronto con l’ortodonzia ci ha costretti a porci una questione meno comoda, ma clinicamente necessaria:
quanto della funzione che chiediamo alla lingua è realmente sostenibile sulla struttura che la ospita?
La lingua come funzione, ma anche come “contenuto”
In logopedia miofunzionale siamo abituati a ragionare in termini di funzione: postura, tono, coordinazione, automatismi.
Ed è corretto.
Ma ogni funzione si esprime all’interno di una struttura.
E la lingua non fa eccezione.
Un palato con ampiezza trasversale ridotta, profondo, con forma a V anziché a U non è una variabile neutra.
È uno spazio che limita l’accoppiamento lingua–palato, sia a riposo sia in funzione.
Sappiamo inoltre che un palato stretto e profondo:
- rende più faticosa la stabilizzazione della funzione fisiologica
- si associa frequentemente a un pattern respiratorio orale o misto, che riduce ulteriormente le possibilità di generalizzazione
Il rischio clinico, in questi casi, è sottile ma concreto: chiedere alla funzione un adattamento che la struttura ostacola.
Qui non parliamo solo di efficacia (raggiungere l’obiettivo), ma anche di efficienza: costi, sforzo e mantenimento nel tempo.
E sappiamo quanto il sistema nervoso tenda a non mantenere ciò che richiede uno sforzo eccessivo.
Espansione palatale nei bambini: cosa dice la letteratura
La revisione sistematica di Dipalma et. al (2025) in merito all’espansione palatale in età evolutiva delinea un quadro interessante, ma tutt’altro che semplicistico.
In sintesi, l’espansione:
- può migliorare la pervietà delle vie aeree superiori
- è spesso associata a una riduzione dei parametri respiratori patologici
- determina modifiche strutturali che rendono più favorevoli le condizioni per la respirazione nasale
Ma su un punto la letteratura è chiara: l’espansione non è una terapia funzionale.
Non rieduca:
- la postura linguale
- i pattern neuro-muscolari
- le abitudini respiratorie
Prepara il contesto, ma non modifica da sola il comportamento neuro-sensori-muscolare.

Espansione palatale e logopedia miofunzionale: perché “più spazio” non basta
Qui entra in gioco, in modo pieno, la logopedia.
Anche dopo un’espansione tecnicamente riuscita:
- la lingua può continuare a collocarsi in posizione bassa
- il pattern respiratorio orale può persistere
- i muscoli orofacciali possono mantenere schemi disfunzionali
- i benefici strutturali possono non stabilizzarsi nel tempo
Uno studio interessante di Iwasaki et al. (2025) mostra come gli esiti respiratori e funzionali siano variabili e come il miglioramento strutturale non garantisca automaticamente un cambiamento funzionale stabile.
Clinicamente lo osserviamo spesso: lo spazio c’è, ma non viene utilizzato.
La differenza è che, quando lo spazio esiste, l’apprendimento motorio diventa più accessibile.
Logopedia prima o dopo l’espansione palatale?
Non ha senso pensare a una sequenza rigida e universale:
- prima espansione
- poi logopedia
La domanda più utile non è quando: perché potenzialmente potremmo fare logopedia anche prima: dipende dagli obiettivi che ci poniamo per ciascun paziente (ad esempio l’eliminazione di eventuali abitudini orali disfunzionali)!
La domanda cruciale, infatti, è:
che cosa, come, in quali condizioni e insieme a chi.
Il ruolo del logopedista non è decidere se espandere. Questa è assolutamente una competenza ortodontica (così come la decisione di intervenire chirurgicamente su un frenulo linguale alterato). Il compito del logopedista è esaminare e comunicare all’ortodontista ciò che emerge dalla valutazione funzionale:
- quanto la funzione sia realmente libera di modificarsi
- se la struttura rappresenti un limite organico significativo
- quale carico funzionale sia sostenibile in quel momento
È una valutazione clinica, non ideologica, e non valida per tutti.
Carico funzionale e struttura: un equilibrio da calibrare
Così come non ha senso sovraccaricare un sistema nervoso non pronto, non ha senso sovraccaricare una funzione su una struttura non facilitante.
Allenare la postura linguale su un palato fortemente ristretto può significare:
- difficoltà o impossibilità nel raggiungere la postura fisiologica
- scarsa generalizzazione
- regressioni frequenti
- frustrazione per il bambino e per il terapeuta
In questi casi, non è la logopedia a non funzionare.
È il contesto che non la sostiene.
Espansione palatale e logopedia: integrare struttura e funzione per risultati stabili
La letteratura non ci dice “fate tutti espansione”.
Ci dice qualcosa di più utile: quando la struttura migliora, la funzione ha più possibilità di organizzarsi. Ma solo se viene guidata.
Non è una questione di:
- struttura contro funzione
- ortodonzia contro logopedia
È una questione di integrazione clinica consapevole.
Prima di intensificare una rieducazione miofunzionale, può essere utile chiedersi:
- che tipo di spazio ha davvero questa lingua?
- quanto sforzo le sto chiedendo per mantenere una postura corretta?
- la struttura facilita o ostacola ciò che sto allenando?
In altre parole: prima di rimettere la lingua al suo posto, chiediamoci dove la stiamo facendo sedere.







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